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Il Delta e la sua Vallicoltura
(Di: L. Ravagnan, in: “Aspetti dell’ambiente del Polesine”, Provincia di Rovigo)

"La vallicoltura è una forma di piscicoltura estensiva, di acqua salmastra, praticata nella regione di Venezia sin da tempi remoti e nata dallo spinto di osservazione, nonché dall'ingegno, di antichi pescatori" (Ravagnan, 1992). "Le valli salse da pesca: la legge ittiologica che le governa. Fino da remotissimi tempi nei paesi litoranei della nostra regione era stato osservato un processo costante della natura: la montata dei pesci dal mare; una legge ittiologica che si verifica in tutte le lagune, bassi fondi, foci dei fiumi; per cui in dati mesi dell'anno alcune specie di pesci e di pesciatelli del mare (novellame) e di cieche (piccole anguille) entrano nei porti per istallarsi nelle lagune, ivi per alcuni mesi pascolano ed ingrandiscono, per discendere verso l'inverno al mare al riparo dalla stagione ed allo scopo della propagazione della specie" (Bullo, 1940). "La constatazione e la comprensione di questo comportamento migratorio (anadromico e catadromico) delle specie ittiche normalmente presenti nelle aree costiere lagunari o deltizie indusse l'antico pescatore a "intercettare" il flusso ittico, accogliendolo (...) in fase di "montata" e trattenendolo poi in quello di "smontata". "Il primo sforzo dell'antico operatore fu quello di stabilire il proprio controllo su di un certo ambito acquatico conterminandolo dapprima con apprestamenti precari (...) inadatti pertanto a un governo idrico autonomo e ad un soddisfacente controllo delle aree racchiuse; successivamente, nel volger dei tempi, con argini o dighe, ossia con strutture di conterminazione solide ed affatto impenetrabili all'acqua e al pesce, nelle quali vennero inserite opere idonee alla comunicazione controllata con l'ambiente esterno. Stabilito questo suo dominio ambientale il pescatore si organizzò poi, all’interno, nel modo più appropriato a svolgere un'attività che non doveva più essere di sola cattura, ossia di pesca, bensì di allevamento, ossia di produzione e divenne, appunto, vallicoltore. "Procedette dunque guidato dalla natura inizialmente limitandosi a cogliere i frutti naturali dell'ambiente senza alterare le caratteristiche dei luoghi, successivamente ponendo ostacoli al movimento dei pesci, infine realizzando una sorta di ecosistema satellite capace di ottimizzare la propria efficienza ecologica, nonché di trarre sussidio di energia dall'ecosistema base." (Ravagnan, 1992). Ecco descritta in queste note la nascita della vallicoltura. Ben difficile negare che essa sia quasi un prodotto della natura, tanto più se si tiene conto che il "fattore biotico uomo" disponeva a quei tempi di mezzi tecnici ben modesti, idonei più a secondare, che non a modificare lo stato naturale dell'ambiente. Quando la vallicoltura si estese dalle aree lagunari veneziane a quelle del Delta del Po (1550-1600) era già "nata" quale attività piscicola ben definita, tecnicamente e strutturalmente. Si trattò in effetti di un "trasferimento", da una ad altra zona, di una realtà produttiva già lungamente e positivamente esercitata. Essa si innestò, quale strumento utilissimo, in quel programma di valorizzazione fondiaria del Delta, organicamente intrapresa dalla Repubblica Veneta a partire dal 1515-1520, con la vendita ai privati di vaste plaghe deltizie, emerse e sommerse. Fu " l’agricoltura" di una gran parte del Delta sommerso, sistema idraulico di vivificazione del territorio, prima fase talora della bonifica agraria coadiuvata dai mezzi di prosciugamento meccanico. Nulla o ben poco mutò nella vallicoltura polesana dal '600 sino ai recenti anni '50-'60, salvo per quanto riguarda l'uso di certi materiali moderni (alluminio, cemento armato) ('). Essa rimase, sostanzialmente, quella delle origini, sia per la sua struttura come per il suo funzionamento e la sua produttività; un sistema di piscicoltura "derivato" dalla pesca e biologicamente dipendente dall'ambiente marino (il suo ciclo di allevamento iniziava con avannotti pescati in "natura"). La grande alluvione del Po del 1951 fu un fatto pesantemente traumatico per le valli del Delta ricadenti tra l'Adige e il Po di Maistra (5200 ettari, circa), ma fu soprattutto un segnale di distacco dal passato. Dopo l'alluvione ci si rese infatti conto della rapida subsidenza del Delta. Al termine degli anni '50 le valli del Delta (fatta eccezione per quelle marginali verso l'Adige) furono costrette a una gravosa gestione idraulica affidata alle idrovore. Di conseguenza, il loro rapporto col mare mutò radicalmente. Negli anni '60-'61 una virulenta forma di parassitosi (estesa a tutta la costa Alto-Adriatica) distrusse in pochi mesi la produzione di anguilla, caposaldo dell'economia valliva. La vallicoltura del Delta, a questo punto, dovette decidere se scomparire o attivarsi in modo diverso, emancipandosi da talune dipendenze naturali. Questo in effetti fece, oltre che meccanizzando il governo delle sue acque, individuando e sviluppando quei processi di riproduzione artificiale, senza i quali l'intera vallicoltura sarebbe ormai finita, e mettendo a punto tecniche di allevamento intensivo per le specie ittiche tradizionalmente prodotte. Nacque così, proprio nel Delta e stimolata dalle necessità, la vallicoltura moderna; e vien ora dunque da chiedersi se essa, dopo questi radicali mutamenti, possa essere ancora considerata attività congeniale all'ambiente. Particolari considerazioni attorno alla attuale vitalità economica della vallicoltura avranno luogo più avanti; qui, al momento, ci limitiamo a riaffermare l'utilità ambientale della sua esistenza fisica. Infatti, tutte le attenzioni naturalistiche e le azioni politiche riservate alla tutela del Delta si concentrano prevalentemente sulle aree vallive. Benché tutto, in esse, sia opera dell'uomo si persiste a considerare le valli come un bene naturale da preservare dall'azione dell'uomo. Comportamento che manifesta una contraddizione intrinseca, perché da un lato si esprime il gradimento e si reclama la protezione per un'entità ambientale sopravvissuta alla distruzione in virtù del suo valore economico, da un altro lato si tende ad impedirne o limitarne lo sviluppo economico ancor prima di valutare vantaggi e svantaggi. Oggi, più che mai, la vallicoltura è opera dell'uomo congeniale alla naturalità dell'ambiente (basta confrontarla col territorio che la circonda); oggi, più che mai, la vallicoltura, per sopravvivere, ha bisogno di svilupparsi tecnicamente ed economicamente.

Anguille Pesce bianco Totale Superficie produttiva in ha
Valle di Calèri (Com.Rosolina)
30
69
99
2564
Valli di Donada
45
65
110
1607
Valli di Contarina
41
54
95
1256
Valli di Porto Tolle
45
31
76
3129
Complessivamente
40
52
92
8556

Tabella 1

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LA VALLICOLTURA NEL DELTA OGGI
Consistenza territoriale
Sin verso la fine degli anni '60 le valli del Delta occupavano una superficie di 10.506 ettari (Rinaldi 1960). Circa 600 ettari di valli erano già stati bonificati attorno agli anni '55-'56 parte nel comprensorio di Caleri, parte in quello di Levante-Maistra. La fascia valliva inserita tra le bonifiche agrarie e il mare, si estendeva dall'Adige al Po della Donzella, interessando il territorio di quattro Comuni dei Delle (Rosolina, Donada, Contarina e Porto Tolle). (2) Complessivamente esistevano 33 valli con superfici comprese tra un minino di 54 ettari ed un massimo di 766. Nel 1968 furono bonificate 9 valli (ricadenti nel Comune di Porto Tolle) situate a ridesse (lato Nord) della Sacca degli Scardovari. Le loro superficie complessiva raggiungeva i 2057 ettari (3). Oggi la consistenza territoriale delle valli polesane raggiunge gli 8818 ettari (4) (Ravagnan, 1992) suddivisi in 24 unità vallive.

Scheda (1) Ipotesi di conto economico di una valle di 300 ettari acquei con produzione di 120 kg/ha/anno (*) di cui 80 di specie "pregiata" (Orata, Branzino), ottenuta con metodi tradizionali (all.estensivo).

Ricavi:
- Produzione pregiata kg. 24.000 x £.5.000
£. 336.000.000
- Altra produzione kg. 12,000 x £.5.000
£. 60.000.000
Totale ricavi
£.396.000.000
Costi:
-Semine:
- orate, branzini
£. 67.000.000
- altro
£. 36.000.000
- Manodopera: 3 x 40,000.000
£. 120.000.000
- Energia (valli polesane)
£. 21.000.000
- Manutenzioni
£. 15.000.000
- Ammortamenti
£. 10.000.000
- Spese generali e altre spese
£. 40.000.000
- Beneficio fondiario (2% su 15 milioni/ha)
£. 90.000.000
Totale costi
£.399.000.000
Differenza negativa
£. 3.000.000

(*) livello produttivo di almeno il 30% al di sopra di quelli delle valli migliori

Scheda (2) - Ipotesi di conto economico di una valle di 200 ettari acquei operante secondo criteri di vallicoltura integrata (combinazione tra sistemi di allevamento intensivo e quelli di allevamento estensivo) :

Comparto di allevamento intensivo
- branzino = kg. 10.000 x £. 16.000
160.000.000
- orata = kg. 10.000 x £. 14.000
140.000.000
- anguilla = kg.10.000 x £. 18.000
180.000.000
Totale ricavi
480.000.000
Costi di produzione:
- Semine:
- n.30.000 branzini x £. 550
16.500.000
- n.30.000 orate x £. 700
21.000.000
- n.65.000 anguille x £. 500
32.500.000


Produttività
Nell'anno 1960 vennero rilevati gli indici di produzione in kg/ha/anno mostrati nella tabelle n.1 (Rinaldi, 1960) La produzione media annuale delle valli polesane ammontava dunque a 342.500 kg. di anguilla e 445.000 kg. di pesce bianco, per un totale complessivo di 787.500 kg. Non esiste un rilevamento delle produzioni attuali delle valli del Delta. È possibile, per altro valutarle con buona approssimazione. A seguito della già citata parassitosi la produzione di anguilla non si è più riportata ai valori antecedenti, pur se sostenuta da interventi di semina un tempo inusitati. La produzione attuale può essere valutata attorno ai 10-12 kg/ha/acqua, con minimi di 4-5 kg e massimi di 15-20; pari dunque, nel complesso, a circa 75.000 kg/anno. Alla diminuita produzione dell'anguilla fece riscontro una intensificazione ed espansione della coltura di orata, cosicché è realistico ritenere che la produttività per ha/anno si sia assestata attorno a 80 kg. n potenziale produttivo della vallicoltura polesana (riferito a circa 7000 ettari di specchi acquei) è dunque stimabile attorno ai 560.000 kg/anno. Alcune valli (assai poche, in verità) hanno attivato settori di allevamento intensivo, soprattutto di branzino, la cui produttività si aggira attorno ai 250.000 kg/anno.

Redditività
Da uno studio sulla redditività delle valli della laguna di Venezia, effettuato negli anni '83-'84 dall'Istituto di Economia e Politica Agraria dell'Università di Padova (Boatto e Signora, 1985), risulta che una valle della superficie di 367 ha (266 di specchio acqueo), presa a modello medio rappresentativo, presentava ricavi per 303 milioni/anno a fronte di 297 milioni di costi. All'imprenditore rimaneva dunque, a suo compenso, il margine di 6 milioni. Il ricavo proettaro/acqua è dunque stimato in £.1.139.097, a fronte di una produttività di 80 kg/ha/anno (14.238 £/kg). E un parametro economico applicabile anche alle valli polesane, tenuto però conto che la buona parte di queste, a differenza di quelle della laguna di Venezia, sono soggette a costi di gestione idraulica valutabili attorno alle 90.000 £. ha/anno (5). Questa la situazione sino alla metà degli anni '80; essa si mantenne poi abbastanza equilibrata, con aumento sia dei prezzi che dei costi, sino al '90-'9 I. Successivamente le produzioni andarono diminuendo e i prezzi (soprattutto quelli di branzino e orata) subirono un crollo attestandosi ad un 20% circa al di sotto di quelli rilevati nell' '83-'84. Nel periodo, in verità, per effetti valutari aumentarono di un 30% le quotazioni dell'anguilla, ma soltanto per breve tempo (annata'95-'96) (6). Il risultato complessivo pone in seria difficoltà l'economia della vallicoltura praticata nelle sue forme tradizionali. Un recupero della redditività valliva dipende dalla possibilità di ridurre il costo del prodotto aumentandone la quantità.

- Manodopera: n3 addetti x £.40 milioni
120.000.000
- Energia
24.000.000
- Mangimi = kg.66.000 x £.1.200
79.200.000
- Materiali consumo
5.000.000
- Manutenzioni
10.000.000
Totale costi di produzione
308.200.000
- Valore aggiunto intensivo
171.800.000
'Comparto di allevamento estensivo
- orate = kg.(50x200ha) 10.000 x £.14.000 (*)
140.000.000
- altre specie kg.(20x200ha) 4.000 x £.5.000 (*)
20.000.000
Totale ricavi
160.000.000
Costi di produzione:
- Semine:
- n45.000 orate x £.700
31.500.000
- altre specie
12.000.000
- Manodopera = a carico del com parto intensivo
- Energia = a carico del comparto intensivo
- Manutenzioni
15.000.000
Totale costi di produzione
58.500.000
- Valore aggiunto estensivo
101.500.000
Totale valore aggiunto
273.300.000
Quote di reintegro:
- Ammortamenti = comparto intensivo.(**)
20.000.000
- Beneficio fondiario = com parto estensivo (2%)
60.000.000
Totale "Quote di reintegro"
80.000.000
Margine operativo al netto di "quote di reintegro"
193.300.000
- Spese generali e varie
30.000.000
Reddito netto
163.300.000

Reddito netto = 25.51 % su ricavi 5,09% su capitale fondiario (3,2 miliardi) 8 15.000£. x ettaro Reddito lordo per ettaro = £.3.200.000; produzione per ettaro = 220 kg.

(*) Non si tiene conto degl iaumenti di produzione conseguenti ad una diversa (più efficiente) conduzione dei bacini di alle- vamento estensivo (fertilizzazione indotta degli intensivi e interventi di coltivazione)

(**) Immobilizzazioni per impianti di allevamento intensivo = £.220 milioni circa.

Aumento della produttività.
Un'azienda valliva della superficie netta (acquea) di 300 ettari operante secondo sistemi tradizionali, ossia soltanto col metodo di allevamento estensivo, per equilibrare costi e ricavi, dovrebbe produrre circa 120 kg/ha di pesce, di cui 80 kg circa di prodotto "pregiato" (orata, branzino) (scheda 1). Il suo "apparente" utile potrà essere il margine di liquidità relativo ad un beneficio fondiario calcolato al 2% sul valore commerciale della valle, nulla poi riservando a compenso dell'imprenditore vallivo. Ben difficile per la vallicoltura nel suo insieme raggiungere uno standard produttivo di tal genere; quindi una unità aziendale di 300 ettari netti, un tempo giudicata di dimensione ottimale, oggi risulta incapace di produrre reddito. Ecco come può nascere la tendenza al latifondo che, peraltro, diviene redditizio soltanto col decrescere del valore fondiario e che, comunque, sarebbe soluzione involutiva rispetto alla vallicoltura ereditata dal passato. La via moderna da seguire seppure con tanto ritardo appare essere quella a suo tempo battuta dall'agricoltura e precisamente: perseguire l'aumento di produttività mediante il progresso tecnologico. La ricerca scientifica e la sperimentazione hanno, nel corso dell'ultimo ventennio, dotato la vallicoltura di tecnologie innovative sinora assai scarsamente adottate. L'integrazione tra sistemi di allevamento intensivo e quelli di allevamento estensivo da la possibilità di raddoppiare almeno e nel breve termine la produzione in ragione di superficie. La scheda n. 2 riporta l'ipotesi di bilancio di un'azienda valliva di 200 ettari acquei operante secondo i criteri di vallicoltura integrata. Si può notare che, pur limitando a un minimo la consistenza dei settori di allevamento intensivo (non più di 1500 m2) di struttura direttamente produttiva (ossia di "vasche") e pur accreditando ai bacini di allevamento estensivo soltanto la loro produttività "tradizionale", tuttavia risulta un reddito netto di 163 milioni (25,51% su ricavi, 5,09% su capitale fondiario); un reddito pro-ettaro di 3.2 milioni, lordo, e di 0,815 milioni, netto. La potenzialità produttiva passa da 7080 kg/ettaro (ottimale per il sistema tradizionale) a 220 kg/h, La scheda 3 trasferisce l'ipotesi di cui alla scheda 2 ad una azienda valliva di 400 ettari di estensione acquea, strutturata secondo gli stessi criteri (3000 m2 di "vasche"). Essa riporta un reddito netto di 387 milioni (27,15% sui ricavi, 5,40% su capitale fondiario); un reddito pro-ettaro di 3,3 milioni, lordo, e di 0,869 milioni netto. Potenzialità produttiva sempre di 220 kg/ha. I modelli di cui alla scheda 2 e 3, che possiamo indicare come A e B, possono essere assunti come riferimenti indicativi per valutazioni di orientamento o di fattibilità; ogni fattispecie concreta richiede uno specifico esame. Tuttavia, si può stimare che l'andamento economico (produzione, costi e reddito netto) vari in ragione più o meno lineare per modelli di vallicoltura integrata del tipo rappresentato e di superficie acquea compresa tra A e B. La fig. I ne da una rappresentazione grafica e porta alla seguente considerazione: il reddito netto aumenta con maggior intensità rispetto a quello lordo (aspetto positivo per quanto riguarda il rendimento del capitale); l'entità del rischio economico connesso al fattore biologico (dominante in zootecnia) aumenta con l'aumentare del capitale circolante; pertanto, la sua linea di tendenza coincide con quella relativa ai costi (di produzione e generali), rappresentata alla fig. 4. La tabella fornisce per i modelli A e B i dati di costo riferiti al kg. di prodotto, elemento economico basilare, non soltanto per la buona economia d'impresa, bensì anche per l'inevitabile confronto con i costi delle produzioni concorrenti. Dal prospetto di cui alla tab. I si può rilevare come il costo del prodotto proveniente dall'estensivo sia notevolmente inferiore a quello prodotto dall'intensivo. Ma va tenuto conto che alcune voci di spesa, pur attinenti ad ambedue i comparti sono state imputate interamente (modello A) o quasi (modero B) ai comparto di allevamento intensivo.Va peraltro considerata anche la possibilità (comprovata) per estensivo di aumentare la propria produttività a parità di costi (fatta eccezione per quelli di semina, ovviamente); cosicché si può affermare che l'estensivo rappresenta, nel complesso integrato, un punto di forza economico per la sua idoneità a contenere i costi di produzione. Una potenzialità produttiva di 2-300 kg/ha realizzata per metà all'intensivo e per metà all'estensivo potrebbe rappresentare un punto di equilibrio economico più che soddisfacente e un traguardo tecnico intonato ai mezzi e alle cognizioni di cui oggi si dispone. Prima di chiudere l'argomento sulla "Redditività" ci sembra opportuno approfondire l'analisi economico-produttiva riguardante la cosiddetta "vallicoltura tradizionale". Prima di avventurarsi nell'adozione di un modello nuovo, che richiede investimenti e innovazioni (e, conseguentemente, rischi e difficoltà), è, infatti, ragionevole accertare se quello "vecchio" sia tuttora valido e adeguato ai tempi. La scheda 4 traccia il bilancio di due ipotetiche aziende vallive, operanti con sistemi tradizionali, delle rispettive estensioni acquee di 300 e 600 ettari. In ambedue i casi il conto economico presenta una perdita che, con l'aumentare della estensione diminuisce ma non scompare (ammesso che la valle di 600 ettari mantenga , a produttività specifica non inferiore a quella delle valli di 300 ettari). Certamente tale perdita può risultare più o meno accentuata a seconda della produttività delle singole fattispecie vallive (produttività, che, tuttavia, può variare soltanto di un 10% circa, in più o in meno, rispetto ai 100 kg. presi in riferimento). Qualche tipo di produzione particolare, quale quella di gamberi, può costituire un buon aiuto, in sostanza, però, si può concludere (sulla base di questi dati) che i sistemi di vallicoltura estensiva tradizionale, mal si sostengono economicamente. Un pareggio di bilancio o un modesto utile sarebbe già un buon traguardo, così che oggi la liquidità corrente tende a sostenersi a carico delle quote di reintegro (ammortamento e beneficio fondiario) o mediante finanziamenti della proprietà. Il recente crollo dei prezzi dei prodotti ittici vallivi ha, invero, assunto il carattere di un autentico "colpo di grazia". La scheda n. 4 prende in esame due modelli valli caratterizzati da alta produttività ed esaminandola si può rilevare come con l'aumento della dimensione aziendale il risultato tenda a migliorare, ma non quel tanto da cambiare segno. Ne gioverebbe puntare ad estensioni sempre maggiori, perché, al di sopra dei 500-600 ettari ha produttività specifica (ossia, per ettaro) tende a decrescere. Questo aspetto ci ha indotto a toccare all'inizio di questo capitolo l'argomento "latifondo" e vale la pena di approfondirlo, perché il tema in esame non riguarda soltanto l'aspetto economico della vallicoltura, bensì anche, e contestualmente, quello ambientale. In sostanza se il latifondo rispondesse appieno all'uno e all'altro, sarebbe il caso di prenderlo in considerazione, pur con le dovute perplessità di carattere sociale. Diamo per ammesso, sebbene con ampie riserve, che la risposta ecologica sia positiva e passiamo ad esaminare l'aspetto economico. La fattispecie B di cui alla scheda 4 può fungere da punto di riferimento. Per riportare il suo conto economico ad un 5% di reddito netto (senza modificare produzioni, costi e ricavi) non rimane che ridurre la quota di beneficio fondiario sino a compensare le perdite e ottenere il profitto (33,5 + 16,75 = 50,25 milioni). L'incidenza di tale quota scenderà dunque dal 2 al 1,44% sul capitale di 15 milioni/ettaro. Il che è come dire che, mantenendo la quota di reintegro al 2%, il valore dell'ettaro scende a 10,8 milioni. Con l'aumento delle estensioni la produttività specifica (kg/ha) va diminuendo. La fig. 2 indica il livello produttivo delle valli venete, riferito alle varie classi di estensione aziendale (Ravagnan, 1992). Su questa base è possibile costruire il diagramma di cui alla fig. 3, che collegandosi ai dati di cui alla fig. 2, che a sua volta si basa sul prospetto di cui alla scheda 5, evidenzia l'andamento del valore fondiario correlato all'aumento delle estensioni e al decremento della produttività specifica. E opportuno segnalare che i conti economici di cui alle schede, nonché le relative elaborazioni, avendo il solo scopo di individuare linee di tendenza, sono formulati su valutazioni di carattere generale. Una esposizione meno schematica porterebbe a una più completa e dettagliata analisi dei costi (fig. 4) e dei ricavi (fig. 5), ma condurrebbe comunque alle conclusioni qui di seguito elencate.
La vallicoltura "tradizionale", in quanto attività di piscicoltura, ha perduto la propria validità economica, una conduzione di tipo latifondistico (ispirata alla formula: maggior estensione + minor investimento + minor occupazione = massimo profitto) non sembra ne praticabile (specialmente nel Delta del Po) ne conveniente; l'aumento della produttività specifica rappresenta l'unica via praticabile per ridare tono economico alla vallicoltura; l'aumento della produttività può essere ottenuto adottando sistemi di vallicoltura integrata, se si ritiene che la vallicoltura debba continuare a svolgere la sua funzione nel territorio deltizio bisogna non ostacolare, bensì stimolare il suo sviluppo tecnologico.

Scheda (3) - Ipotesi di conto economico di una valle di 400 ettari acquei operante secondo criteri di vallicoltura integrata.

Comparto di allevamento intensivo
Ricavi:
- branzino = kg.20.000 x £. I 6.000
320.000.000
- orata = kg.20.000 x £.14.000
280.000.000
- anguilla = kg.20.000 x £.18.000
360.000.000
Totale ricavi
960.000.000
Costi di produzione:
- Semine:
- no60.000 branzini x £.550
33.000.000
- no60,000 orate x £.700
42,000.000
- n° 130.000 anguille x £.500
65.500.000
- Manodopera: no4 addetti x £.40 milioni
160.000.000
- Energia
32.000.000
- Mangimi = kg.1 32.000 x £.1 .200
158.400.000
- Materiali consumo
10.000.000
- Manutenzioni
20.000.000
Totale costi di produzione
520.400.000
- Valore aggiunto intensivo
439.600.000
Comparto di allevamento estensivo
Ricavi:
- orate = kg.(50x400ha) 20.000 x £.14.000 (*)
280.000.000
- altre specie kg.(20x400ha) 8.000 x £.5,000 (*)
40.000.000
Totale ricavi
320.000.000
Costi di produzione:
- Semine:
- no90.000 orate x £.700
63.000.000
- altre specie
24.000.000
- Manodopera: awentizio
40.000.000
- Energia = a carico del com parto intensivo
- Manutenzioni
25.000.000
Totale costi di produzione
152.000.000
- Valore aggiunto estensivo 168.000.000
Totale valore aggiunto 607.600.000


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VALLICOLTURA E AMBIENTE

Nel tracciare un "progetto Delta" abbiamo classificato l'attività di Vallicoltura come congeniale all'ambiente, in quanto essa costituisce una "interazione positiva" dell'ecosistema in cui è inserito.
Il concetto di congenialità nella scala dei rapporti qualitativi tra produzione e ambiente, sta ben al di sopra di quello di compatibilità. Il primo significa comunanza di caratteri, confacenza, giovamento, reciproco sostegno; il secondo esprime, nella migliore delle ipotesi, assenza di danno, sopportabilità. Nel caso della vallicoltura oggi esistente nel Delta si può addirittura superare la qualifica di congeniale per passare a quella di essenziale. Perché? Perché tolte le aree vallive resta ben poco, nel Delta, quanto a "naturalità". E, nei fatti, la gran parte d'interesse "ambientalista" si concentra in questo territorio umido del tutto unico e particolare, in quanto per esser modellato interamente dall'uomo lo si potrebbe definire "artificialmente naturale". In altri anditi costieri ad esempio, in quelli delle fasce lagunari situate al nord del Delta da Chioggia a Grado) la eliminazione delle valli, ossia delle loro conterminazioni, riporterebbe la laguna là ove esse sono; il sistema nel suo complesso potrebbe riuscire più o meno migliorato o peggiorato a seconda dei suoi nuovi assetti idraulici e produttivi, ma non cambierebbe la sua natura. Invece, una siffatta operazione attuata nel Delta sommergerebbe il territorio vallivo con qualche metro d'acqua, sino a ridosso della bonifica agraria. Paesaggio, habitat e biocenosi muterebbero radicalmente; non si avrebbe più quel che c'è e che a quanto pare viene giudicato "patrimonio naturale" da conservare e proteggere. D'altra parte il mantenimento in quest'area della situazione attuale comporta costi e organizzazioni di mezzi e persone, di cui si fa carico la vallicoltura in quanto attività produttiva impegnata al conseguimento di un profitto.Venendo meno questo viene meno, per la vallicoltura, la sua ragion d'essere e, per il territorio, un equilibrio fondamentale. Dalle analisi indicative emergono situazioni e tendenze in base alle quali è ragionevole concludere:

a) che soltanto una tempestiva "tonificazione economica" della vallicoltura può evitare il suo spegnersi

b) che oggi esistono tecnologie e mezzi idonei per attuarla. Sviluppo economico e conservazione ambientale furono, sin dall'inizio, le interdipendenze basilari per la vallicoltura e tuttora lo sono.

Totale valore aggiunto 607,600.000
Quote di reintegro:
- Ammortamenti = com parto intensivo (**) 40.000.000
- Beneficio fondiario = comparto estensivo (2%) 120.000.000
Totale "Quote di reintegro" 160.000.000
Margine operativo al netto di "quote di reintegro" 447.600.000
- Spese generali e varie 100,000.000
Reddito netto 347.600.000

Reddito netto = 27,15 % su ricavi 5,40 % su capitale fondiario 869.000 £. x ettaro Reddito lordo per ettaro = £.3.300.000; produzione per ettaro = 220 kg.

(*) Non si tiene conto degli aumenti di produzione conseguenti ad una diversa (e più efficiente) conduzione dei bacini di allevamento estensivo (fertlizzazione indotta degli intensivi e interventi di coltivazione).

(**) Immobilizzazioni per impianti di allevamento intensivo = £.400 milioni circa.

Scheda (4) Raffronto tra i conti economici di due ipotetiche aziende vallive operanti secondo i criteri della vallicoltura tradizionale e della superficie rispettivamente di 300 ettari (sub A) e di 600 ettari (sub B). Potenzialità produttiva (sia A che B) = 100 kg/ha.
Ricavi: A B
- £..9.500 x kg. 285.000.000 670.000.000
Costi:
- Semina (I) 69,870.000 139.740.000
- Manodopera fissa (2) 160.000.000 200,000.000
- Awentiziato 10.000.000 20.000.000
- Energia (valli polesane) 21 .000.000 42.000.000
- Ammortamenti 10.000.000 15.000.000
- Spese generali e varie 40.000.000 60,000.000
- Beneficio fondiario (3) 90,000.000 180.000.000
Totale costi 415.875.000 686.750.000
Perdite 130.875.000 16.750.000

1) £.2.329 x kg di prodotto.

2) £.40 milioni/anno per addetto.

3) 2% sul valore di 15 milioni/ettaro.


Vallicoltura: sviluppo e impatto ambientale.
"Gli effetti di tali modificazioni sull'ambiente (7) vengono abitualmente sintetizzati con la espressione impatto ambientale,che vuoi porre in risalto le conseguenze più o meno traumatiche dell'incontro tra entità diverse che si contendono l'uso dello stesso ambiente. "Il concetto di impatto contiene un significato di urto da riferirsi non soltanto alla conflittualità o diversità tra le entità concorrenti (che ha comunque fondamentale importanza), bensì anche alle modalità con cui viene realizzato l'incontro e gestita la coesistenza tra le entità e tra queste e l'ambiente" (Ravagnan, 995). Questo il criterio generale d'impatto ambientale, esposto nel Manuale di Acquacoltura costiera (edito CEAC) che di seguito rileva: Per entità di natura radicalmente diversa "... il termine impatto andrà sempre ad esprimere una turbativa ambientale rilevante ed inevitabile. Ben diverse (invece) in linea di principio le conseguenze dell'incontro tra ambiente lagunare ed attività compatibili o addirittura congeniali alla natura e alle caratteristiche dei luoghi. In tal caso il termine impatto potrebbe essere sostituito con quello di inserimento,che peraltro presume il rispetto di appropriate modalità di innesto e coesistenza". In questo rispetto si compendia la congenialità ambientale della evoluzione tecnologica ossia, dello sviluppo della vallicoltura. Il suo inserimento nel contesto naturale deltizio viene riconosciuto quale realtà ecologica positiva; si nutrono però timori sulle conseguenza di un suo sviluppo. Si tratta di timori generici (apparentemente più istintivi che fondati), spiegabili per un verso e giustificabili anche, per un altro. Spiegabili perché il plurisecolare immobilismo tecnico della vallicoltura, assecondato da una rendita fondiaria soddisfacente ha dato l'illusione di una sua imperitura solidità. Giustificabili, perché l'introduzione di tecnologie di sviluppo, di recente acquisizione e in Corso di verifica sul campo, venendo immaginata quale processo "sconvolgente", genera comportamenti cautelativi del tutto legittimi, quando siano realistici ed equilibrati. In sostanza, si tratta non tanto di valutare l'opportunità dello sviluppo tecnologico della vallicoltura, quanto invece di saper scegliere struttura, mezzi e metodi intonati all'ambiente e al tempo stesso idonei a colmare quel ritardo epocale, che per altre attività sarebbe stato, già da tempo, letale. Le schede 2 e 3 riportano le ipotesi di conto economico relative a due modelli di vallicoltura integrata di 200 ettari l'uno, di 400 l'altro caratterizzati da una produttività di 220 kg/ha/anno. Ambedue presentano apprezzabile margine di profitto, dopo aver reintegrato la quota di beneficio fondiario nella misura del 2% annuo su un valore di 15 milioni/ettaro. Il loro reddito netto (8 5.000 e 869.000 £/ha) pur risultante da parametri di produzioni prudentemente sottostimati è paragonabile a quelli dei terreni agricoli deltizi della zona contigua alle valli. La maggior parte (24 su 3 I ) delle aziende vallive ricadenti nel Delta hanno estensioni comprese tra i 20 e i 400 ettari; quasi tutte quelle di maggior superficie possono essere suddivise in corpi produttivi di 200 o più ettari o per costituire nuove aziende o per aumentare la produttività specifica del complesso suddiviso. Ciò significa che la produttività delle valli polesane può passare dagli 80 kg/ettaro della vallicoltura "tradizionale" ai 220 di quella "integrata".
Quali le modificazioni ambientali conseguenti all'attuazione di un simile piano di sviluppo, o meglio per il momento di aggiornamento tecnico minimale?
Le modificazioni sono di due tipi:

a)strutturale;
b)idrobiologico,

Scheda (5) Raffonto tra conti economici tra aziende vallive di varia estensione operando secondo criteri "latifondistici",

Superficie aziendale
600
1.000
1.500
2.000
Prouzione in kg/ha (I)
100
58
48
Ricavi:
- £.9.500 x kg.
670.000.000
641 .250.000
551.000.000
684.000.000
760.000.000
Costi:
- Semina (2)
139.750.000
157.207.500
135.000.000
167.688.000
186.320.000
- Manodopera fissa
200.000.000
200.000.000
200.000.000
200.000,000
200.000.000
- Awentiziato
20.000.000
20.000.000
40.000.000
80.000.000
120.000.000
42.000.000
52.500.000
70.000.000
105.000.000
140.000.000
- Ammortamenti
15.000.000
15.000.000
15.000.000
15.000.000
25.000.000
- Spese generali e varie
60.000.000
60.000.000
60.000.000
60.000.000
60.000.000
Totale costi
506.750.000
534.707.500
570.000.000
677.688.000
791.320.000
- Beneficio fondiario
129.750.000
74.480.000
negativo
negativo
negativo
- Utili (o perdita)
33.500.000
32.062.500
( 19.000.000)
(6.312.000)
(31.200.000)
- Valore fondiario (3)
10.812.500
4.965.333
negativo
negativo
negativo

(I) valori intonati al grafico di cui alla fig.10 (2) valutate in £.2.329 x kg di prodotto (3) ragguagliato al 2%

a) Modificazioni di tipo strutturale.
Nulla va a mutare quanto a opere di carattere generale in quanto si tratta di valli esistenti, dotate di tutto quanto necessario al loro funzionamento "tradizionale". Nel loro contesto, appunto, vanno inserite le opere e le installazioni relative ai settori di allevamento intensivo. Per il modello di cui alla scheda 2 (corpo aziendale di 200 ettari; produzione da intensivi di kg, 30.000) vanno previsti bacini in cemento non emergenti dal "piano campagna" aventi una superficie complessiva di circa 2400 m2 (fig. 6). I due terzi vanno coperti con una struttura di tipo "serra". Per il modello di cui alla scheda 3 tale superficie (sia coperta che scoperta) sarà raddoppiata (fig. 7). I due complessi sono dotati di adeguati impianti specifici incorporati alle strutture o interrati. La massima portata di ricambio idrico è, rispettivamente, di 200 e 400 1/sec. E facilmente prevedibile la necessità di adeguare alle nuove necessità i locali aziendali destinati ai vari servizi. Anche gli impianti di svernamento serventi l'allevamento estensivo (peschière) andranno resi più sicuri, mediante la copertura a "serra" di modeste superfici, in pratica di alcune "fosse" già in servizio, e l'utilizzo dell'effluente caldo proveniente dai bacini di intensivo protetti e dotati di condizionamento termico.

b) Modificazioni idrobiologiche.

Le due principali (ma anche uniche) modificazioni idrobiologiche sono: l'attivazione da Marzo a Novembre di un flusso idrico costante di portata variabile tra un 30 e un 100% dl quella massima prevista: 'introduzione nel Sistema del materia organico e dei nutrienti risultanti dal processo e, alimentazione artificiale. Conseguenza: il flusso di ricambio non può che portar vantaggio all'ambiente vallivo: l'introduzione di materiale organico e nutrienti, quando opportunamente commisurata e distribuita, fertilizza i bacini di allevamento estensivo aumentandone la produttività (8). Sull'idoneità al positivo inserimento nell'ambiente dei sistemi di vallicoltura integrata si potrebbe dilungarsi prospettando le casistiche più varie e i più vari i, accorgi m enti di corretto intervento. L'argomento merita certamente una approfondita analisi, tuttavia, in questa sede, ci sembra opportuno condensarlo nel modo seguente: la congenialità della vallicoltura cosiddetta (9) "tradizionale" con l'ambiente deltizio è una realtà unanimemente riconosciuta; i sistemi di vallicoltura integrata, se accortamente applicati, non causano turbative ambientali e rivitalizzano (economicamente) la vallicoltura assicurando anche per il futuro la conservazione della "naturalità" ambientale (10) (11).
Superficie del modello ( ettari)
200
400
COSTI :
COSTO DI PRODUZIONE ( Lire) :
ALLEVAMENTO INTENSIVO
10.213
8.673
ALLEVAMENTO ESTENSIVO
4.178
5.428
COSTO DI PRODUZIONE MEDIO COMPLçSSIVO
8.334
7.640
SPESE GENERALI
682
1.136
QUOTE DI REINTEGRO
1.818
1.818
TOTALE
10.834
10.594
RICAVI ( Lire) :
DA PRODUZIONE INTENSIVA
16.000
16.000
DA PRODUZIONE ESTENSIVA
11.428
11.428
MEDIA COMPLESSIVA
14.545
14.545
MARGINE ATTIVO
3.711
3.951

I - Costi, ricavi e margini economici calcolati per kg. di prodotto e riferiti ai modelli di vallicoltura integrata di cui alle schede 2 e 3

Ruolo della vallicoltura nel "progetto Delta".
La vallicoltura costituisce un "tessuto" territoriale, esteso, ben definito, dotato di consolidata orditura tecnico organizzativa. Rafforzarlo produce non soltanto benefici ecologico estetici, bensì anche sociali. Aspetto fondamentale; perché non si può pensare ad un Delta quale quello che si dice di volere, senza radicarvi la popolazione; la popolazione non si radica senza un solido e soddisfacente legame economico; un legame economico solido e soddisfacente nasce dalla specializzazione dell'attività svolta e del livello professionale richiesto. Nell'immediato dopoguerra (anni 50) la vallicoltura polesana occupava 313 operai; 3,65 ogni100 ettari, 1 ogni 2520 kg (Rinaldi, 1960). Negli anni '85-'90 il rapporto si è spostato verso 1,26 ogni 100 ettari, 1 ogni 6349 kg (12). Il rapporto operaio/ettaro è andato riducendosi in funzione dell'incremento dei costi di manodopera e dell'introduzione di macchine (escavatori, autocarri, ecc.) e dei lavorieri metallici. Attualmente gli occupati in vallicoltura sono scesi al di sotto di 1 ogni 100 ettari (0.8 circa) non però in virtù di miglioramenti tecnologici bensì invece a causa della diminuita quotazione commerciale del prodotto. Infatti, per pareggiare il valore di mercato dei 6349 kg. del '90 oggi occorrono almeno 9.500 kg. In poche parole la contrazione occupazionale è dovuta ad uno stato di crisi e v'è da domandarsi quale sarebbe la situazione se non vi fosse il sostegno venatorio. Applicando i modelli di sviluppo proposti l'occupazione andrebbe ad assestarsi attorno ad 1-1,5 addetti per 100 ettari, a fronte di una produzione dunque compresa tra 22.000 e 15,000 kg per occupato. (La produzione globale della vallicoltura polesana salirebbe verso le 1.950 t/anno). Ciò, però, di cui va tenuto buon conto è che le nuove tecnologie di produzione richiedono personale di elevata specializzazione (3), cui corrispondono adeguati trattamenti economici e conseguente posizione sociale.

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