Vallicoltura
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Il Delta e la sua
Vallicoltura
(Di: L. Ravagnan, in: “Aspetti dell’ambiente
del Polesine”, Provincia di Rovigo) "La
vallicoltura è una forma di piscicoltura estensiva,
di acqua salmastra, praticata nella regione di Venezia
sin da tempi remoti e nata dallo spinto di osservazione,
nonché dall'ingegno, di antichi pescatori" (Ravagnan,
1992). "Le valli salse da pesca: la legge ittiologica
che le governa. Fino da remotissimi tempi nei paesi
litoranei della nostra regione era stato osservato un
processo costante della natura: la montata dei pesci
dal mare; una legge ittiologica che si verifica in tutte
le lagune, bassi fondi, foci dei fiumi; per cui in dati
mesi dell'anno alcune specie di pesci e di pesciatelli
del mare (novellame) e di cieche (piccole anguille)
entrano nei porti per istallarsi nelle lagune, ivi per
alcuni mesi pascolano ed ingrandiscono, per discendere
verso l'inverno al mare al riparo dalla stagione ed
allo scopo della propagazione della specie" (Bullo,
1940). "La constatazione e la comprensione di questo
comportamento migratorio (anadromico e catadromico)
delle specie ittiche normalmente presenti nelle aree
costiere lagunari o deltizie indusse l'antico pescatore
a "intercettare" il flusso ittico, accogliendolo (...)
in fase di "montata" e trattenendolo poi in quello di
"smontata". "Il primo sforzo dell'antico operatore fu
quello di stabilire il proprio controllo su di un certo
ambito acquatico conterminandolo dapprima con apprestamenti
precari (...) inadatti pertanto a un governo idrico
autonomo e ad un soddisfacente controllo delle aree
racchiuse; successivamente, nel volger dei tempi, con
argini o dighe, ossia con strutture di conterminazione
solide ed affatto impenetrabili all'acqua e al pesce,
nelle quali vennero inserite opere idonee alla comunicazione
controllata con l'ambiente esterno. Stabilito questo
suo dominio ambientale il pescatore si organizzò poi,
all’interno, nel modo più appropriato a svolgere un'attività
che non doveva più essere di sola cattura, ossia di
pesca, bensì di allevamento, ossia di produzione e divenne,
appunto, vallicoltore. "Procedette dunque guidato dalla
natura inizialmente limitandosi a cogliere i frutti
naturali dell'ambiente senza alterare le caratteristiche
dei luoghi, successivamente ponendo ostacoli al movimento
dei pesci, infine realizzando una sorta di ecosistema
satellite capace di ottimizzare la propria efficienza
ecologica, nonché di trarre sussidio di energia dall'ecosistema
base." (Ravagnan, 1992). Ecco descritta in queste note
la nascita della vallicoltura. Ben difficile negare
che essa sia quasi un prodotto della natura, tanto più
se si tiene conto che il "fattore biotico uomo" disponeva
a quei tempi di mezzi tecnici ben modesti, idonei più
a secondare, che non a modificare lo stato naturale
dell'ambiente. Quando la vallicoltura si estese dalle
aree lagunari veneziane a quelle del Delta del Po (1550-1600)
era già "nata" quale attività piscicola ben definita,
tecnicamente e strutturalmente. Si trattò in effetti
di un "trasferimento", da una ad altra zona, di una
realtà produttiva già lungamente e positivamente esercitata.
Essa si innestò, quale strumento utilissimo, in quel
programma di valorizzazione fondiaria del Delta, organicamente
intrapresa dalla Repubblica Veneta a partire dal 1515-1520,
con la vendita ai privati di vaste plaghe deltizie,
emerse e sommerse. Fu " l’agricoltura" di una gran parte
del Delta sommerso, sistema idraulico di vivificazione
del territorio, prima fase talora della bonifica agraria
coadiuvata dai mezzi di prosciugamento meccanico. Nulla
o ben poco mutò nella vallicoltura polesana dal '600
sino ai recenti anni '50-'60, salvo per quanto riguarda
l'uso di certi materiali moderni (alluminio, cemento
armato) ('). Essa rimase, sostanzialmente, quella delle
origini, sia per la sua struttura come per il suo funzionamento
e la sua produttività; un sistema di piscicoltura "derivato"
dalla pesca e biologicamente dipendente dall'ambiente
marino (il suo ciclo di allevamento iniziava con avannotti
pescati in "natura"). La grande alluvione del Po del
1951 fu un fatto pesantemente traumatico per le valli
del Delta ricadenti tra l'Adige e il Po di Maistra (5200
ettari, circa), ma fu soprattutto un segnale di distacco
dal passato. Dopo l'alluvione ci si rese infatti conto
della rapida subsidenza del Delta. Al termine degli
anni '50 le valli del Delta (fatta eccezione per quelle
marginali verso l'Adige) furono costrette a una gravosa
gestione idraulica affidata alle idrovore. Di conseguenza,
il loro rapporto col mare mutò radicalmente. Negli anni
'60-'61 una virulenta forma di parassitosi (estesa a
tutta la costa Alto-Adriatica) distrusse in pochi mesi
la produzione di anguilla, caposaldo dell'economia valliva.
La vallicoltura del Delta, a questo punto, dovette decidere
se scomparire o attivarsi in modo diverso, emancipandosi
da talune dipendenze naturali. Questo in effetti fece,
oltre che meccanizzando il governo delle sue acque,
individuando e sviluppando quei processi di riproduzione
artificiale, senza i quali l'intera vallicoltura sarebbe
ormai finita, e mettendo a punto tecniche di allevamento
intensivo per le specie ittiche tradizionalmente prodotte.
Nacque così, proprio nel Delta e stimolata dalle necessità,
la vallicoltura moderna; e vien ora dunque da chiedersi
se essa, dopo questi radicali mutamenti, possa essere
ancora considerata attività congeniale all'ambiente.
Particolari considerazioni attorno alla attuale vitalità
economica della vallicoltura avranno luogo più avanti;
qui, al momento, ci limitiamo a riaffermare l'utilità
ambientale della sua esistenza fisica. Infatti, tutte
le attenzioni naturalistiche e le azioni politiche riservate
alla tutela del Delta si concentrano prevalentemente
sulle aree vallive. Benché tutto, in esse, sia opera
dell'uomo si persiste a considerare le valli come un
bene naturale da preservare dall'azione dell'uomo. Comportamento
che manifesta una contraddizione intrinseca, perché
da un lato si esprime il gradimento e si reclama la
protezione per un'entità ambientale sopravvissuta alla
distruzione in virtù del suo valore economico, da un
altro lato si tende ad impedirne o limitarne lo sviluppo
economico ancor prima di valutare vantaggi e svantaggi.
Oggi, più che mai, la vallicoltura è opera dell'uomo
congeniale alla naturalità dell'ambiente (basta confrontarla
col territorio che la circonda); oggi, più che mai,
la vallicoltura, per sopravvivere, ha bisogno di svilupparsi
tecnicamente ed economicamente.
|
| Anguille
| Pesce bianco
| Totale
| Superficie produttiva in ha
|
| Valle
di Calèri (Com.Rosolina)
| 30
| 69
| 99
| 2564
|
| Valli di Donada
| 45
| 65
| 110
| 1607
|
| Valli di Contarina
| 41
| 54
| 95
| 1256
|
| Valli di Porto
Tolle
| 45
| 31
| 76
| 3129
|
| Complessivamente
| 40
| 52
| 92
| 8556
|
LA VALLICOLTURA NEL
DELTA OGGI
Consistenza territoriale
Sin verso la fine degli
anni '60 le valli del Delta occupavano una superficie
di 10.506 ettari (Rinaldi 1960). Circa 600 ettari di
valli erano già stati bonificati attorno agli anni '55-'56
parte nel comprensorio di Caleri, parte in quello di
Levante-Maistra. La fascia valliva inserita tra le bonifiche
agrarie e il mare, si estendeva dall'Adige al Po della
Donzella, interessando il territorio di quattro Comuni
dei Delle (Rosolina, Donada, Contarina e Porto Tolle).
(2) Complessivamente esistevano 33 valli con superfici
comprese tra un minino di 54 ettari ed un massimo di
766. Nel 1968 furono bonificate 9 valli (ricadenti nel
Comune di Porto Tolle) situate a ridesse (lato Nord)
della Sacca degli Scardovari. Le loro superficie complessiva
raggiungeva i 2057 ettari (3). Oggi la consistenza territoriale
delle valli polesane raggiunge gli 8818 ettari (4) (Ravagnan,
1992) suddivisi in 24 unità vallive.
Scheda (1) Ipotesi di conto economico
di una valle di 300 ettari acquei con produzione di
120 kg/ha/anno (*) di cui 80 di specie "pregiata" (Orata,
Branzino), ottenuta con metodi tradizionali (all.estensivo).
| Ricavi:
|
| -
Produzione pregiata kg. 24.000 x £.5.000
| £.
336.000.000
|
| - Altra produzione
kg. 12,000 x £.5.000
| £. 60.000.000
|
| Totale ricavi
| £.396.000.000
|
| Costi:
|
|
| -Semine:
|
|
| - orate, branzini
| £. 67.000.000
|
| - altro
| £. 36.000.000
|
| - Manodopera:
3 x 40,000.000
| £. 120.000.000
|
| - Energia (valli
polesane)
| £. 21.000.000
|
| - Manutenzioni
| £. 15.000.000
|
| - Ammortamenti
| £. 10.000.000
|
| - Spese generali
e altre spese
| £. 40.000.000
|
| - Beneficio
fondiario (2% su 15 milioni/ha)
| £. 90.000.000
|
| Totale costi
| £.399.000.000
|
| Differenza
negativa
| £.
3.000.000
|
(*) livello produttivo di almeno il 30% al di sopra di
quelli delle valli migliori Scheda
(2) - Ipotesi di conto economico di una valle
di 200 ettari acquei operante secondo criteri di vallicoltura
integrata (combinazione tra sistemi di allevamento intensivo
e quelli di allevamento estensivo) :
| Comparto
di allevamento intensivo
|
| - branzino
= kg. 10.000 x £. 16.000
| 160.000.000
|
| - orata = kg.
10.000 x £. 14.000
| 140.000.000
|
| - anguilla
= kg.10.000 x £. 18.000
| 180.000.000
|
| Totale ricavi
| 480.000.000
|
| Costi di produzione:
|
|
| - Semine:
|
|
| - n.30.000
branzini x £. 550
| 16.500.000
|
| - n.30.000
orate x £. 700
| 21.000.000
|
| - n.65.000
anguille x £. 500
| 32.500.000
|
Produttività
Nell'anno 1960 vennero rilevati
gli indici di produzione in kg/ha/anno mostrati nella
tabelle n.1 (Rinaldi, 1960) La produzione media annuale
delle valli polesane ammontava dunque a 342.500 kg.
di anguilla e 445.000 kg. di pesce bianco, per un totale
complessivo di 787.500 kg. Non esiste un rilevamento
delle produzioni attuali delle valli del Delta. È possibile,
per altro valutarle con buona approssimazione. A seguito
della già citata parassitosi la produzione di anguilla
non si è più riportata ai valori antecedenti, pur se
sostenuta da interventi di semina un tempo inusitati.
La produzione attuale può essere valutata attorno ai
10-12 kg/ha/acqua, con minimi di 4-5 kg e massimi di
15-20; pari dunque, nel complesso, a circa 75.000 kg/anno.
Alla diminuita produzione dell'anguilla fece riscontro
una intensificazione ed espansione della coltura di
orata, cosicché è realistico ritenere che la produttività
per ha/anno si sia assestata attorno a 80 kg. n potenziale
produttivo della vallicoltura polesana (riferito a circa
7000 ettari di specchi acquei) è dunque stimabile attorno
ai 560.000 kg/anno. Alcune valli (assai poche, in verità)
hanno attivato settori di allevamento intensivo, soprattutto
di branzino, la cui produttività si aggira attorno ai
250.000 kg/anno.
Redditività
Da uno studio sulla redditività
delle valli della laguna di Venezia, effettuato negli
anni '83-'84 dall'Istituto di Economia e Politica Agraria
dell'Università di Padova (Boatto e Signora, 1985),
risulta che una valle della superficie di 367 ha (266
di specchio acqueo), presa a modello medio rappresentativo,
presentava ricavi per 303 milioni/anno a fronte di 297
milioni di costi. All'imprenditore rimaneva dunque,
a suo compenso, il margine di 6 milioni. Il ricavo proettaro/acqua
è dunque stimato in £.1.139.097, a fronte di una produttività
di 80 kg/ha/anno (14.238 £/kg). E un parametro economico
applicabile anche alle valli polesane, tenuto però conto
che la buona parte di queste, a differenza di quelle
della laguna di Venezia, sono soggette a costi di gestione
idraulica valutabili attorno alle 90.000 £. ha/anno
(5). Questa la situazione sino alla metà degli anni
'80; essa si mantenne poi abbastanza equilibrata, con
aumento sia dei prezzi che dei costi, sino al '90-'9
I. Successivamente le produzioni andarono diminuendo
e i prezzi (soprattutto quelli di branzino e orata)
subirono un crollo attestandosi ad un 20% circa al di
sotto di quelli rilevati nell' '83-'84. Nel periodo,
in verità, per effetti valutari aumentarono di un 30%
le quotazioni dell'anguilla, ma soltanto per breve tempo
(annata'95-'96) (6). Il risultato complessivo pone in
seria difficoltà l'economia della vallicoltura praticata
nelle sue forme tradizionali. Un recupero della redditività
valliva dipende dalla possibilità di ridurre il costo
del prodotto aumentandone la quantità.
| -
Manodopera: n3 addetti x £.40 milioni
| 120.000.000
|
| - Energia
|
24.000.000
|
|
| - Mangimi =
kg.66.000 x £.1.200
| 79.200.000
|
| - Materiali
consumo
|
5.000.000
|
|
| - Manutenzioni
|
10.000.000
|
|
| Totale costi
di produzione
|
308.200.000
|
|
| - Valore aggiunto
intensivo
|
| 171.800.000
|
| 'Comparto
di allevamento estensivo
|
|
|
|
|
|
|
| - orate = kg.(50x200ha)
10.000 x £.14.000 (*)
| 140.000.000
|
| - altre specie
kg.(20x200ha) 4.000 x £.5.000 (*)
| 20.000.000
|
| Totale ricavi
|
160.000.000
|
|
| Costi di produzione:
|
|
|
|
| - Semine:
|
|
|
|
| - n45.000 orate
x £.700
|
31.500.000
|
|
| - altre specie
|
12.000.000
|
|
| - Manodopera
= a carico del com parto intensivo
|
|
| - Energia =
a carico del comparto intensivo
|
|
| - Manutenzioni
|
15.000.000
|
|
| Totale costi
di produzione
|
58.500.000
|
|
| - Valore aggiunto
estensivo
|
| 101.500.000
|
| Totale valore
aggiunto
|
| 273.300.000
|
| Quote di reintegro:
|
|
|
| - Ammortamenti
= comparto intensivo.(**)
| 20.000.000
|
| - Beneficio
fondiario = com parto estensivo (2%)
| 60.000.000
|
| Totale "Quote
di reintegro"
| 80.000.000
|
|
| Margine operativo
al netto di "quote di reintegro"
|
193.300.000
|
| - Spese generali
e varie
|
30.000.000
|
|
| Reddito netto
|
| 163.300.000
|
Reddito netto = 25.51 % su ricavi 5,09%
su capitale fondiario (3,2 miliardi) 8 15.000£.
x ettaro Reddito lordo per ettaro = £.3.200.000;
produzione per ettaro = 220 kg.
(*) Non si tiene conto degl iaumenti
di produzione conseguenti ad una diversa (più efficiente)
conduzione dei bacini di alle- vamento estensivo (fertilizzazione
indotta degli intensivi e interventi di coltivazione)
(**) Immobilizzazioni per impianti di
allevamento intensivo = £.220 milioni circa.
Aumento della produttività.
Un'azienda valliva della
superficie netta (acquea) di 300 ettari operante secondo
sistemi tradizionali, ossia soltanto col metodo di allevamento
estensivo, per equilibrare costi e ricavi, dovrebbe
produrre circa 120 kg/ha di pesce, di cui 80 kg circa
di prodotto "pregiato" (orata, branzino) (scheda 1).
Il suo "apparente" utile potrà essere il margine di
liquidità relativo ad un beneficio fondiario calcolato
al 2% sul valore commerciale della valle, nulla poi
riservando a compenso dell'imprenditore vallivo. Ben
difficile per la vallicoltura nel suo insieme raggiungere
uno standard produttivo di tal genere; quindi una unità
aziendale di 300 ettari netti, un tempo giudicata di
dimensione ottimale, oggi risulta incapace di produrre
reddito. Ecco come può nascere la tendenza al latifondo
che, peraltro, diviene redditizio soltanto col decrescere
del valore fondiario e che, comunque, sarebbe soluzione
involutiva rispetto alla vallicoltura ereditata dal
passato. La via moderna da seguire seppure con tanto
ritardo appare essere quella a suo tempo battuta dall'agricoltura
e precisamente: perseguire l'aumento di produttività
mediante il progresso tecnologico. La ricerca scientifica
e la sperimentazione hanno, nel corso dell'ultimo ventennio,
dotato la vallicoltura di tecnologie innovative sinora
assai scarsamente adottate. L'integrazione tra sistemi
di allevamento intensivo e quelli di allevamento estensivo
da la possibilità di raddoppiare almeno e nel breve
termine la produzione in ragione di superficie. La scheda
n. 2 riporta l'ipotesi di bilancio di un'azienda valliva
di 200 ettari acquei operante secondo i criteri di vallicoltura
integrata. Si può notare che, pur limitando a un minimo
la consistenza dei settori di allevamento intensivo
(non più di 1500 m2) di struttura direttamente produttiva
(ossia di "vasche") e pur accreditando ai bacini di
allevamento estensivo soltanto la loro produttività
"tradizionale", tuttavia risulta un reddito netto di
163 milioni (25,51% su ricavi, 5,09% su capitale fondiario);
un reddito pro-ettaro di 3.2 milioni, lordo, e di 0,815
milioni, netto. La potenzialità produttiva passa da
7080 kg/ettaro (ottimale per il sistema tradizionale)
a 220 kg/h, La scheda 3 trasferisce l'ipotesi di cui
alla scheda 2 ad una azienda valliva di 400 ettari di
estensione acquea, strutturata secondo gli stessi criteri
(3000 m2 di "vasche"). Essa riporta un reddito netto
di 387 milioni (27,15% sui ricavi, 5,40% su capitale
fondiario); un reddito pro-ettaro di 3,3 milioni, lordo,
e di 0,869 milioni netto. Potenzialità produttiva sempre
di 220 kg/ha. I modelli di cui alla scheda 2 e 3, che
possiamo indicare come A e B, possono essere assunti
come riferimenti indicativi per valutazioni di orientamento
o di fattibilità; ogni fattispecie concreta richiede
uno specifico esame. Tuttavia, si può stimare che l'andamento
economico (produzione, costi e reddito netto) vari in
ragione più o meno lineare per modelli di vallicoltura
integrata del tipo rappresentato e di superficie acquea
compresa tra A e B. La fig. I ne da una rappresentazione
grafica e porta alla seguente considerazione: il reddito
netto aumenta con maggior intensità rispetto a quello
lordo (aspetto positivo per quanto riguarda il rendimento
del capitale); l'entità del rischio economico connesso
al fattore biologico (dominante in zootecnia) aumenta
con l'aumentare del capitale circolante; pertanto, la
sua linea di tendenza coincide con quella relativa ai
costi (di produzione e generali), rappresentata alla
fig. 4. La tabella fornisce per i modelli A e B i dati
di costo riferiti al kg. di prodotto, elemento economico
basilare, non soltanto per la buona economia d'impresa,
bensì anche per l'inevitabile confronto con i costi
delle produzioni concorrenti. Dal prospetto di cui alla
tab. I si può rilevare come il costo del prodotto proveniente
dall'estensivo sia notevolmente inferiore a quello prodotto
dall'intensivo. Ma va tenuto conto che alcune voci di
spesa, pur attinenti ad ambedue i comparti sono state
imputate interamente (modello A) o quasi (modero B)
ai comparto di allevamento intensivo.Va peraltro considerata
anche la possibilità (comprovata) per estensivo di aumentare
la propria produttività a parità di costi (fatta eccezione
per quelli di semina, ovviamente); cosicché si può affermare
che l'estensivo rappresenta, nel complesso integrato,
un punto di forza economico per la sua idoneità a contenere
i costi di produzione. Una potenzialità produttiva di
2-300 kg/ha realizzata per metà all'intensivo e per
metà all'estensivo potrebbe rappresentare un punto di
equilibrio economico più che soddisfacente e un traguardo
tecnico intonato ai mezzi e alle cognizioni di cui oggi
si dispone. Prima di chiudere l'argomento sulla "Redditività"
ci sembra opportuno approfondire l'analisi economico-produttiva
riguardante la cosiddetta "vallicoltura tradizionale".
Prima di avventurarsi nell'adozione di un modello nuovo,
che richiede investimenti e innovazioni (e, conseguentemente,
rischi e difficoltà), è, infatti, ragionevole accertare
se quello "vecchio" sia tuttora valido e adeguato ai
tempi. La scheda 4 traccia il bilancio di due ipotetiche
aziende vallive, operanti con sistemi tradizionali,
delle rispettive estensioni acquee di 300 e 600 ettari.
In ambedue i casi il conto economico presenta una perdita
che, con l'aumentare della estensione diminuisce ma
non scompare (ammesso che la valle di 600 ettari mantenga
, a produttività specifica non inferiore a quella delle
valli di 300 ettari). Certamente tale perdita può risultare
più o meno accentuata a seconda della produttività delle
singole fattispecie vallive (produttività, che, tuttavia,
può variare soltanto di un 10% circa, in più o in meno,
rispetto ai 100 kg. presi in riferimento). Qualche tipo
di produzione particolare, quale quella di gamberi,
può costituire un buon aiuto, in sostanza, però, si
può concludere (sulla base di questi dati) che i sistemi
di vallicoltura estensiva tradizionale, mal si sostengono
economicamente. Un pareggio di bilancio o un modesto
utile sarebbe già un buon traguardo, così che oggi la
liquidità corrente tende a sostenersi a carico delle
quote di reintegro (ammortamento e beneficio fondiario)
o mediante finanziamenti della proprietà. Il recente
crollo dei prezzi dei prodotti ittici vallivi ha, invero,
assunto il carattere di un autentico "colpo di grazia".
La scheda n. 4 prende in esame due modelli valli caratterizzati
da alta produttività ed esaminandola si può rilevare
come con l'aumento della dimensione aziendale il risultato
tenda a migliorare, ma non quel tanto da cambiare segno.
Ne gioverebbe puntare ad estensioni sempre maggiori,
perché, al di sopra dei 500-600 ettari ha produttività
specifica (ossia, per ettaro) tende a decrescere. Questo
aspetto ci ha indotto a toccare all'inizio di questo
capitolo l'argomento "latifondo" e vale la pena di approfondirlo,
perché il tema in esame non riguarda soltanto l'aspetto
economico della vallicoltura, bensì anche, e contestualmente,
quello ambientale. In sostanza se il latifondo rispondesse
appieno all'uno e all'altro, sarebbe il caso di prenderlo
in considerazione, pur con le dovute perplessità di
carattere sociale. Diamo per ammesso, sebbene con ampie
riserve, che la risposta ecologica sia positiva e passiamo
ad esaminare l'aspetto economico. La fattispecie B di
cui alla scheda 4 può fungere da punto di riferimento.
Per riportare il suo conto economico ad un 5% di reddito
netto (senza modificare produzioni, costi e ricavi)
non rimane che ridurre la quota di beneficio fondiario
sino a compensare le perdite e ottenere il profitto
(33,5 + 16,75 = 50,25 milioni). L'incidenza di tale
quota scenderà dunque dal 2 al 1,44% sul capitale di
15 milioni/ettaro. Il che è come dire che, mantenendo
la quota di reintegro al 2%, il valore dell'ettaro scende
a 10,8 milioni. Con l'aumento delle estensioni la produttività
specifica (kg/ha) va diminuendo. La fig. 2 indica il
livello produttivo delle valli venete, riferito alle
varie classi di estensione aziendale (Ravagnan, 1992).
Su questa base è possibile costruire il diagramma di
cui alla fig. 3, che collegandosi ai dati di cui alla
fig. 2, che a sua volta si basa sul prospetto di cui
alla scheda 5, evidenzia l'andamento del valore fondiario
correlato all'aumento delle estensioni e al decremento
della produttività specifica. E opportuno segnalare
che i conti economici di cui alle schede, nonché le
relative elaborazioni, avendo il solo scopo di individuare
linee di tendenza, sono formulati su valutazioni di
carattere generale. Una esposizione meno schematica
porterebbe a una più completa e dettagliata analisi
dei costi (fig. 4) e dei ricavi (fig. 5), ma condurrebbe
comunque alle conclusioni qui di seguito elencate.
La vallicoltura "tradizionale", in quanto attività
di piscicoltura, ha perduto la propria validità economica,
una conduzione di tipo latifondistico (ispirata alla
formula: maggior estensione + minor investimento + minor
occupazione = massimo profitto) non sembra ne praticabile
(specialmente nel Delta del Po) ne conveniente; l'aumento
della produttività specifica rappresenta l'unica via
praticabile per ridare tono economico alla vallicoltura;
l'aumento della produttività può essere ottenuto adottando
sistemi di vallicoltura integrata, se si ritiene che
la vallicoltura debba continuare a svolgere la sua funzione
nel territorio deltizio bisogna non ostacolare, bensì
stimolare il suo sviluppo tecnologico.
Scheda (3) - Ipotesi
di conto economico di una valle di 400 ettari acquei
operante secondo criteri di vallicoltura integrata.
| Comparto di allevamento
intensivo
|
|
|
| Ricavi:
|
|
|
| - branzino
= kg.20.000 x £. I 6.000
| 320.000.000
|
|
| - orata = kg.20.000
x £.14.000
| 280.000.000
|
|
| - anguilla
= kg.20.000 x £.18.000
| 360.000.000
|
|
| Totale ricavi
| 960.000.000
|
|
| Costi di produzione:
|
|
|
| - Semine:
|
|
|
| - no60.000
branzini x £.550
| 33.000.000
|
|
| - no60,000
orate x £.700
| 42,000.000
|
|
| - n° 130.000
anguille x £.500
| 65.500.000
|
|
| - Manodopera:
no4 addetti x £.40 milioni
| 160.000.000
|
|
| - Energia
| 32.000.000
|
|
| - Mangimi =
kg.1 32.000 x £.1 .200
| 158.400.000
|
|
| - Materiali
consumo
| 10.000.000
|
|
| - Manutenzioni
| 20.000.000
|
|
| Totale costi
di produzione
| 520.400.000
|
|
| - Valore aggiunto
intensivo
|
| 439.600.000
|
| Comparto di
allevamento estensivo
|
|
|
| Ricavi:
|
|
|
| - orate = kg.(50x400ha)
20.000 x £.14.000 (*)
| 280.000.000
|
|
| - altre specie
kg.(20x400ha) 8.000 x £.5,000 (*)
| 40.000.000
|
|
| Totale ricavi
| 320.000.000
|
|
| Costi di produzione:
|
|
|
| - Semine:
|
|
|
| - no90.000
orate x £.700
| 63.000.000
|
|
| - altre specie
| 24.000.000
|
|
| - Manodopera:
awentizio
| 40.000.000
|
|
| - Energia =
a carico del com parto intensivo
|
|
|
| - Manutenzioni
| 25.000.000
|
|
| Totale costi
di produzione
| 152.000.000
|
|
| - Valore aggiunto
estensivo
|
| 168.000.000
|
| Totale valore
aggiunto
|
| 607.600.000
|
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VALLICOLTURA E AMBIENTE
Nel tracciare un "progetto Delta"
abbiamo classificato l'attività di Vallicoltura come
congeniale all'ambiente, in quanto essa costituisce
una "interazione positiva" dell'ecosistema in cui è
inserito. Il concetto
di congenialità nella scala dei rapporti qualitativi
tra produzione e ambiente, sta ben al di sopra di quello
di compatibilità. Il primo significa comunanza di caratteri,
confacenza, giovamento, reciproco sostegno; il secondo
esprime, nella migliore delle ipotesi, assenza di danno,
sopportabilità. Nel caso della vallicoltura oggi
esistente nel Delta si può addirittura superare la qualifica
di congeniale per passare a quella di essenziale.
Perché? Perché tolte le aree vallive resta ben poco,
nel Delta, quanto a "naturalità". E, nei fatti, la gran
parte d'interesse "ambientalista" si concentra in questo
territorio umido del tutto unico e particolare, in quanto
per esser modellato interamente dall'uomo lo si potrebbe
definire "artificialmente naturale". In altri anditi
costieri ad esempio, in quelli delle fasce lagunari
situate al nord del Delta da Chioggia a Grado) la eliminazione
delle valli, ossia delle loro conterminazioni, riporterebbe
la laguna là ove esse sono; il sistema nel suo complesso
potrebbe riuscire più o meno migliorato o peggiorato
a seconda dei suoi nuovi assetti idraulici e produttivi,
ma non cambierebbe la sua natura. Invece, una siffatta
operazione attuata nel Delta sommergerebbe il territorio
vallivo con qualche metro d'acqua, sino a ridosso della
bonifica agraria. Paesaggio, habitat e biocenosi muterebbero
radicalmente; non si avrebbe più quel che c'è e che
a quanto pare viene giudicato "patrimonio naturale"
da conservare e proteggere. D'altra parte il mantenimento
in quest'area della situazione attuale comporta costi
e organizzazioni di mezzi e persone, di cui si fa carico
la vallicoltura in quanto attività produttiva impegnata
al conseguimento di un profitto.Venendo meno questo
viene meno, per la vallicoltura, la sua ragion d'essere
e, per il territorio, un equilibrio fondamentale. Dalle
analisi indicative emergono situazioni e tendenze in
base alle quali è ragionevole concludere:
a) che soltanto una tempestiva "tonificazione economica"
della vallicoltura può evitare il suo spegnersi
b) che oggi esistono tecnologie e mezzi idonei per attuarla.
Sviluppo economico e conservazione ambientale furono,
sin dall'inizio, le interdipendenze basilari per la
vallicoltura e tuttora lo sono.
| Totale valore aggiunto
|
| 607,600.000
|
| Quote di reintegro:
|
|
|
| - Ammortamenti
= com parto intensivo (**)
| 40.000.000
|
|
| - Beneficio
fondiario = comparto estensivo (2%)
| 120.000.000
|
|
| Totale "Quote
di reintegro"
| 160.000.000
|
|
| Margine operativo
al netto di "quote di reintegro"
|
| 447.600.000
|
| - Spese generali
e varie
| 100,000.000
|
|
| Reddito netto
|
| 347.600.000
|
Reddito netto = 27,15 % su ricavi 5,40
% su capitale fondiario 869.000 £. x ettaro Reddito
lordo per ettaro = £.3.300.000; produzione per ettaro
= 220 kg.
(*) Non si tiene conto degli aumenti
di produzione conseguenti ad una diversa (e più
efficiente) conduzione dei bacini di allevamento estensivo
(fertlizzazione indotta degli intensivi e interventi
di coltivazione).
(**) Immobilizzazioni per impianti di
allevamento intensivo = £.400 milioni circa.
Scheda (4) Raffronto
tra i conti economici di due ipotetiche aziende vallive
operanti secondo i criteri della vallicoltura tradizionale
e della superficie rispettivamente di 300 ettari (sub
A) e di 600 ettari (sub B). Potenzialità produttiva
(sia A che B) = 100 kg/ha.
| Ricavi:
| A
| B
|
| - £..9.500
x kg.
| 285.000.000
| 670.000.000
|
| Costi:
|
|
|
| - Semina (I)
| 69,870.000
| 139.740.000
|
| - Manodopera
fissa (2)
| 160.000.000
| 200,000.000
|
| - Awentiziato
| 10.000.000
| 20.000.000
|
| - Energia (valli
polesane)
| 21 .000.000
| 42.000.000
|
| - Ammortamenti
| 10.000.000
| 15.000.000
|
| - Spese generali
e varie
| 40.000.000
| 60,000.000
|
| - Beneficio
fondiario (3)
| 90,000.000
| 180.000.000
|
| Totale costi
| 415.875.000
| 686.750.000
|
| Perdite
| 130.875.000
| 16.750.000
|
1) £.2.329 x kg di prodotto.
2) £.40 milioni/anno per addetto.
3) 2% sul valore di 15 milioni/ettaro.
Vallicoltura: sviluppo
e impatto ambientale.
"Gli effetti di tali modificazioni
sull'ambiente (7) vengono abitualmente sintetizzati
con la espressione impatto ambientale,che vuoi porre
in risalto le conseguenze più o meno traumatiche dell'incontro
tra entità diverse che si contendono l'uso dello stesso
ambiente. "Il concetto di impatto contiene un significato
di urto da riferirsi non soltanto alla conflittualità
o diversità tra le entità concorrenti (che ha comunque
fondamentale importanza), bensì anche alle modalità
con cui viene realizzato l'incontro e gestita la coesistenza
tra le entità e tra queste e l'ambiente" (Ravagnan,
995). Questo il criterio generale d'impatto ambientale,
esposto nel Manuale di Acquacoltura costiera (edito
CEAC) che di seguito rileva: Per entità di natura radicalmente
diversa "... il termine impatto andrà sempre ad esprimere
una turbativa ambientale rilevante ed inevitabile. Ben
diverse (invece) in linea di principio le conseguenze
dell'incontro tra ambiente lagunare ed attività compatibili
o addirittura congeniali alla natura e alle caratteristiche
dei luoghi. In tal caso il termine impatto potrebbe
essere sostituito con quello di inserimento,che peraltro
presume il rispetto di appropriate modalità di innesto
e coesistenza". In questo rispetto si compendia la congenialità
ambientale della evoluzione tecnologica ossia, dello
sviluppo della vallicoltura. Il suo inserimento nel
contesto naturale deltizio viene riconosciuto quale
realtà ecologica positiva; si nutrono però timori sulle
conseguenza di un suo sviluppo. Si tratta di timori
generici (apparentemente più istintivi che fondati),
spiegabili per un verso e giustificabili anche, per
un altro. Spiegabili perché il plurisecolare immobilismo
tecnico della vallicoltura, assecondato da una rendita
fondiaria soddisfacente ha dato l'illusione di una sua
imperitura solidità. Giustificabili, perché l'introduzione
di tecnologie di sviluppo, di recente acquisizione e
in Corso di verifica sul campo, venendo immaginata quale
processo "sconvolgente", genera comportamenti cautelativi
del tutto legittimi, quando siano realistici ed equilibrati.
In sostanza, si tratta non tanto di valutare l'opportunità
dello sviluppo tecnologico della vallicoltura, quanto
invece di saper scegliere struttura, mezzi e metodi
intonati all'ambiente e al tempo stesso idonei a colmare
quel ritardo epocale, che per altre attività sarebbe
stato, già da tempo, letale. Le schede 2 e 3 riportano
le ipotesi di conto economico relative a due modelli
di vallicoltura integrata di 200 ettari l'uno, di 400
l'altro caratterizzati da una produttività di 220 kg/ha/anno.
Ambedue presentano apprezzabile margine di profitto,
dopo aver reintegrato la quota di beneficio fondiario
nella misura del 2% annuo su un valore di 15 milioni/ettaro.
Il loro reddito netto (8 5.000 e 869.000 £/ha) pur risultante
da parametri di produzioni prudentemente sottostimati
è paragonabile a quelli dei terreni agricoli deltizi
della zona contigua alle valli. La maggior parte (24
su 3 I ) delle aziende vallive ricadenti nel Delta hanno
estensioni comprese tra i 20 e i 400 ettari; quasi tutte
quelle di maggior superficie possono essere suddivise
in corpi produttivi di 200 o più ettari o per costituire
nuove aziende o per aumentare la produttività specifica
del complesso suddiviso. Ciò significa che la produttività
delle valli polesane può passare dagli 80 kg/ettaro
della vallicoltura "tradizionale" ai 220 di quella "integrata".
Quali le modificazioni ambientali conseguenti all'attuazione
di un simile piano di sviluppo, o meglio per il momento
di aggiornamento tecnico minimale?
Le modificazioni sono di due tipi:
a)strutturale;
b)idrobiologico,
Scheda (5) Raffonto
tra conti economici tra aziende vallive di varia estensione
operando secondo criteri "latifondistici",
| Superficie
aziendale
| 600
|
| 1.000
| 1.500
| 2.000
|
| Prouzione in
kg/ha (I)
| 100
|
| 58
| 48
|
|
| Ricavi:
|
|
|
|
|
|
| - £.9.500
x kg.
| 670.000.000
| 641
.250.000
| 551.000.000
| 684.000.000
| 760.000.000
|
| Costi:
|
|
|
|
|
|
| - Semina (2)
| 139.750.000
| 157.207.500
| 135.000.000
| 167.688.000
| 186.320.000
|
| - Manodopera
fissa
| 200.000.000
| 200.000.000
| 200.000.000
| 200.000,000
| 200.000.000
|
| - Awentiziato
| 20.000.000
| 20.000.000
| 40.000.000
| 80.000.000
| 120.000.000
|
|
| 42.000.000
| 52.500.000
| 70.000.000
| 105.000.000
| 140.000.000
|
| - Ammortamenti
| 15.000.000
| 15.000.000
| 15.000.000
| 15.000.000
| 25.000.000
|
| - Spese generali
e varie
| 60.000.000
| 60.000.000
| 60.000.000
| 60.000.000
| 60.000.000
|
| Totale costi
| 506.750.000
| 534.707.500
| 570.000.000
| 677.688.000
| 791.320.000
|
| - Beneficio
fondiario
| 129.750.000
| 74.480.000
| negativo
| negativo
| negativo
|
| - Utili (o
perdita)
| 33.500.000
| 32.062.500
| (
19.000.000)
| (6.312.000)
| (31.200.000)
|
| - Valore fondiario
(3)
| 10.812.500
| 4.965.333
| negativo
| negativo
| negativo
|
(I) valori intonati al grafico di cui
alla fig.10 (2) valutate in £.2.329 x kg di prodotto
(3) ragguagliato al 2%
a) Modificazioni di tipo strutturale.
Nulla va a mutare quanto
a opere di carattere generale in quanto si tratta di
valli esistenti, dotate di tutto quanto necessario al
loro funzionamento "tradizionale". Nel loro contesto,
appunto, vanno inserite le opere e le installazioni
relative ai settori di allevamento intensivo. Per il
modello di cui alla scheda 2 (corpo aziendale di 200
ettari; produzione da intensivi di kg, 30.000) vanno
previsti bacini in cemento non emergenti dal "piano
campagna" aventi una superficie complessiva di circa
2400 m2 (fig. 6). I due terzi vanno coperti con una
struttura di tipo "serra". Per il modello di cui alla
scheda 3 tale superficie (sia coperta che scoperta)
sarà raddoppiata (fig. 7). I due complessi sono dotati
di adeguati impianti specifici incorporati alle strutture
o interrati. La massima portata di ricambio idrico è,
rispettivamente, di 200 e 400 1/sec. E facilmente prevedibile
la necessità di adeguare alle nuove necessità i locali
aziendali destinati ai vari servizi. Anche gli impianti
di svernamento serventi l'allevamento estensivo (peschière)
andranno resi più sicuri, mediante la copertura a "serra"
di modeste superfici, in pratica di alcune "fosse" già
in servizio, e l'utilizzo dell'effluente caldo proveniente
dai bacini di intensivo protetti e dotati di condizionamento
termico.
b) Modificazioni idrobiologiche.
Le due principali (ma anche uniche) modificazioni idrobiologiche
sono: l'attivazione da Marzo a Novembre di un flusso
idrico costante di portata variabile tra un 30 e un
100% dl quella massima prevista: 'introduzione nel Sistema
del materia organico e dei nutrienti risultanti dal
processo e, alimentazione artificiale. Conseguenza:
il flusso di ricambio non può che portar vantaggio
all'ambiente vallivo: l'introduzione di materiale organico
e nutrienti, quando opportunamente commisurata e distribuita,
fertilizza i bacini di allevamento estensivo aumentandone
la produttività (8). Sull'idoneità al positivo inserimento
nell'ambiente dei sistemi di vallicoltura integrata
si potrebbe dilungarsi prospettando le casistiche più
varie e i più vari i, accorgi m enti di corretto intervento.
L'argomento merita certamente una approfondita analisi,
tuttavia, in questa sede, ci sembra opportuno condensarlo
nel modo seguente: la congenialità della vallicoltura
cosiddetta (9) "tradizionale" con l'ambiente deltizio
è una realtà unanimemente riconosciuta; i sistemi di
vallicoltura integrata, se accortamente applicati, non
causano turbative ambientali e rivitalizzano (economicamente)
la vallicoltura assicurando anche per il futuro la conservazione
della "naturalità" ambientale (10) (11).
| Superficie
del modello ( ettari)
| 200
| 400
|
| COSTI :
|
|
|
| COSTO DI PRODUZIONE
( Lire) :
|
|
|
| ALLEVAMENTO
INTENSIVO
| 10.213
| 8.673
|
| ALLEVAMENTO
ESTENSIVO
| 4.178
| 5.428
|
| COSTO DI PRODUZIONE
MEDIO COMPLçSSIVO
| 8.334
| 7.640
|
| SPESE GENERALI
| 682
| 1.136
|
| QUOTE DI REINTEGRO
| 1.818
| 1.818
|
| TOTALE
| 10.834
| 10.594
|
| RICAVI ( Lire)
:
|
|
|
| DA PRODUZIONE
INTENSIVA
| 16.000
| 16.000
|
| DA PRODUZIONE
ESTENSIVA
| 11.428
| 11.428
|
| MEDIA COMPLESSIVA
| 14.545
| 14.545
|
| MARGINE ATTIVO
| 3.711
| 3.951
|
|
|
|
|
I - Costi, ricavi e margini economici
calcolati per kg. di prodotto e riferiti ai modelli
di vallicoltura integrata di cui alle schede 2 e 3
Ruolo della
vallicoltura nel "progetto Delta".
La vallicoltura costituisce
un "tessuto" territoriale, esteso, ben definito, dotato
di consolidata orditura tecnico organizzativa. Rafforzarlo
produce non soltanto benefici ecologico estetici, bensì
anche sociali. Aspetto fondamentale; perché non si
può pensare ad un Delta quale quello che si dice di
volere, senza radicarvi la popolazione; la popolazione
non si radica senza un solido e soddisfacente legame
economico; un legame economico solido e soddisfacente
nasce dalla specializzazione dell'attività svolta e
del livello professionale richiesto. Nell'immediato
dopoguerra (anni 50) la vallicoltura polesana occupava
313 operai; 3,65 ogni100 ettari, 1 ogni 2520 kg (Rinaldi,
1960). Negli anni '85-'90 il rapporto si è spostato
verso 1,26 ogni 100 ettari, 1 ogni 6349 kg (12). Il
rapporto operaio/ettaro è andato riducendosi in funzione
dell'incremento dei costi di manodopera e dell'introduzione
di macchine (escavatori, autocarri, ecc.) e dei lavorieri
metallici. Attualmente gli occupati in vallicoltura
sono scesi al di sotto di 1 ogni 100 ettari (0.8 circa)
non però in virtù di miglioramenti tecnologici bensì
invece a causa della diminuita quotazione commerciale
del prodotto. Infatti, per pareggiare il valore di mercato
dei 6349 kg. del '90 oggi occorrono almeno 9.500 kg.
In poche parole la contrazione occupazionale è dovuta
ad uno stato di crisi e v'è da domandarsi quale sarebbe
la situazione se non vi fosse il sostegno venatorio.
Applicando i modelli di sviluppo proposti l'occupazione
andrebbe ad assestarsi attorno ad 1-1,5 addetti per
100 ettari, a fronte di una produzione dunque compresa
tra 22.000 e 15,000 kg per occupato. (La produzione
globale della vallicoltura polesana salirebbe verso
le 1.950 t/anno). Ciò, però, di cui va tenuto buon conto
è che le nuove tecnologie di produzione richiedono personale
di elevata specializzazione (3), cui corrispondono adeguati
trattamenti economici e conseguente posizione sociale.
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