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Il Po di Gnocca o della Donzella
Questo è
il primo di una serie d’itinerari con i quali
è mia intenzione farvi conoscere alcuni rami
del Delta del Po, da considerarsi l’unico vero
Delta della nostra penisola. Sembrerebbe forse un lavoro
ripetitivo ma così non è, infatti ciascuna
delle diramazioni del grande fiume, oltre che presentare
un ambiente circostante proprio e particolare, ha delle
caratteristiche specifiche che ci obbligano ad impostare
la nostra azione di pesca in diversi modi e con particolari
attenzioni. Il Delta moderno, come conosciuto ai giorni
nostri ebbe origine fra il 1598 ed il 1604 quando i
tecnici veneziani decisero di deviare verso sud il tratto
conclusivo del grande fiume.
Con quest’imponente opera d’ingegneria idraulica
furono formati altri tre rami, il Po di Gnocca o della
Donzella verso sud, il Po di Venezia (che nel tratto
conclusivo prende il nome di Po di Pila) verso est ed
il Po di Maistra verso nord, che assieme al Po di Levante,
al Po di Tolle, al Po di Goro ed il Po di Volano formano
il Delta.
Possiamo affermare che questi luoghi rappresentano la
più importante ed estesa zona umida di tutto
il nostro paese, un patrimonio naturale d’enorme
importanza riconosciuto tale anche a livello internazionale.
Con la sua veneranda età di 400 anni e la superficie
che si sviluppa in circa 56.000 ettari il territorio
fonde in se una varietà di paesaggi, ambienti
e condizioni uniche ed affascinanti.
Gli scanni, creati dalla sabbia portata dal mare e dai
fiumi che si ergono a difesa delle lagune retrostanti;
le dune, formate dal vento che accumula strati di sabbia
originando varie forme ed altezze, ed ancora le sacche,
veri e propri golfi marini delimitati dalle ramificazioni
del fiume; le lagune, bacini di acqua salmastra collegati
al mare mediante aperture chiamate bocche; le valli,
nella loro quasi totalità adibite alla attività
di itticoltura e molluschicoltura, per completarsi con
canali, fiumi e golene, queste ultime rappresentano
la valvola di sfogo del fiume nei suoi momenti di piena
comportandosi da vere e proprie casse di espansione
. Come si può intuire, una fusione di acqua,
terra e aria nella quale si originano e si sviluppano
svariate forme di vita animale e vegetale e dove, il
Polesine,questo lembo estremo della Pianura Padana,
trova la sua massima espressione paesaggistica.
L'Ambiente
ed il corso
Il ramo del Po cui si attribuirà con questo scritto
la nostra attenzione è il Po di Gnocca o della Donzella,
uno dei più recenti come origine, che come pregio naturalistico
è da considerarsi il terzo in ordine d'importanza.
Le sue rive sono caratterizzate almeno nel primo tratto
da vegetazione selvaggia con salici, pioppi bianchi,
canneti ed estese aree golenali.
Questo paesaggio si ripropone quasi completamente nella
parte terminale del corso, dopo avere lasciato spazio
ad una ridotta e prevalente vegetazione di indaco bastardo
ed alla presenza di argini irrobustiti di pietrame atto
a difesa idraulica.
E' importante ricordare che il Po di Gnocca convoglia
nel proprio alveo il 17 % della portata del grande fiume
e dal punto in cui si stacca dal corso principale, che
avviene in prossimità dell'abitato di Porto Tolle, sino
al suo arrivo in mare, percorre circa 25 km; qui si
divide in due rami: uno (di sinistra ) va direttamente
in mare, l'altro (di destra) comunica con il Po di Goro.
Alla sua foce si formano i caratteristici "bonelli"
che altro non sono che suoli fangosi emergenti durante
le fasi di bassa marea che vengono interamente coperti
da enormi estensioni di cannuccia palustre tra le quali
trovano riparo le numerose specie volatili abitatrici
del Delta. Lungo il suo corso si creano alcune ampie
curve e generalmente la profondità media del fiume è
di circa 3-5 metri in regime normale di portata, con
una corrente che permette di pescare con una certa continuità.
Questa condizione favorevole viene però a mancare in
alcune specifiche occasioni: la prima chiaramente nei
periodi di piena in cui incorre il fiume, la seconda,
meno scontata, alla quale si può porre rimedio, quando
ci si imbatte nel massimo fenomeno del riflusso mediante
il quale la massa d'acqua si dirige con vigore verso
il mare.
La lunghezza del fiume e la quasi completa percorribilità
dei suoi argini permettono di poter programmare in tutta
tranquillità una battuta di pesca, dalla scelta del
posto, alla pasturazione preventiva senza incorrere
in spiacevoli sorprese. Opportuno osservare con cura
i movimenti della corrente e controllare la condizione
del fondale privilegiando per quest'ultimo situazioni
con terreno abbastanza duro o tendente al sabbioso,
la presenza di fondo leggermente molle non è comunque
una condizione sfavorevole principalmente se rilevata
lungo un tratto in cui il corso è abbastanza rettilineo
e non sono presenti accumuli di fango.
La
Pesca
Riprendo quanto solamente sfiorato nel precedente paragrafo,
riferendomi, alle condizioni delle acque con cui si
può presentare il nostro corso d’acqua.
E’ infatti questo il vincolo che determina la
scelta su come impostare un’uscita di pesca, di
fatto, se con la piena del fiume il nostro contatto
con l’acqua diventa inagibile, cosa diversa è
quando ci imbattiamo nel fenomeno di flusso e riflusso
(manifestazione particolare che determina rispettivamente
la condizione di alta e bassa marea ) in questo caso
possiamo agire di conseguenza addomesticando la situazione
a nostro favore.
Ecco che di primaria importanza diventa la scelta della
postazione che dovrà tenere conto della conformazione
del fondale e della forma a cui il fiume dà origine
durante il suo percorso.
In questi frangenti mentre nel periodo di aumento di
marea la corrente non subisce violente variazioni, nello
spazio di tempo concesso al ritorno verso il mare la
massa d’acqua può assumere una potenza
notevole tanto che anche grammature vicine ai 300 grammi
non permettono di pescare nelle migliori condizioni;
in questo caso si dovrà optare per un fondale
che ci permetta di poter posare i terminali immediatamente
sotto i nostri piedi, si dovrà cercare quindi
una conformazione in cui l’alveo del fiume non
degradi lentamente ma che presenti una sponda a picco
verso una diretta e sufficiente profondità, che
rimanga tale anche quando il fiume raggiunge il massimo
apice di bassa marea.
Diversa cosa è quando l’andamento delle
maree è poco accentuato: possiamo allora indirizzarci
con assoluta tranquillità anche verso fondali
degradanti in maniera lineare operando l’azione
di pesca direttamente verso il centro del fiume limitandoci
a adagiare le nostre esche intorno ad una profondità
di circa 2,5 - 3,3 metri.
Diventa quindi fondamentale la consultazione del libretto
delle maree, in quanto la scelta del fondale adatto
e la giusta applicazione della nostra tecnica, avverrà
proprio in relazione all’andamento delle correnti
e alla intensità che manifesteranno durante il
periodo in cui intenderemo pescare.
Utilizziamo canne potenti che possano tranquillamente
sopportare grosse grammature, corrente elevata e la
forza che il pesce, da noi simpaticamente definito “carpa
corridore” trasmette alla nostra attrezzatura.
Non andiamo per il sottile con nessun componente dei
nostri terminali, per farvi un esempio vi descrivo uno
dei miei usato recentemente; amo V.M.C. modello Big
Fish 7356 del n.ro 3/0, finale lungo circa 17 cm in
The Rope della Pelzer da 45 lb, piombo grippa 225 grammi,
innesco doppia boilies da 24-28 mm.Valgono poi tutte
le attenzioni e gli accorgimenti propri della pesca
in acque correnti, ne citerò alcuni dei meno
ricordati: evitare parastrappi in quanto essendo necessari
i tendifilo si evitano problemi di scorrimento a contatto
con il nodo di giunzione, questo a causa dell’accumularsi
di erba e detriti; pulire con attenzione la lenza se
vediamo che durante il recupero abbiamo riavvolto una
considerevole quantità di filamenti di alga o
altri detriti portati dalla corrente, così eviteremo
guai in fase di lancio successivo; nella fase di attesa
tarare la frizione abbastanza stretta per impedire che
la corrente possa far uscire la lenza a piccoli strappi,
cosa che farebbe impazzire il segnalatore….e non
solo.
Il regolamento
Le norme che regolano l’esercizio della pesca
nelle acque interne della provincia di Rovigo prevedono
per tutto il corso del fiume in questione le seguenti
disposizioni:
a) per la pesca è necessaria
la sola licenza governativa ed è autorizzata
senza limitazioni di orario ;
b) uso di cinque canne con divieto
dell’ancoretta fatta eccezione per lo spinning
;
c) divieto dell’uso dell’ecoscandaglio
per l’individuazione del pesce,
d) misura minima per la carpa cm 30,
nel periodo di divieto che va dal 15 maggio al 30 giugno
è vietato l’uso e la detenzione sul luogo
di pesca di mais, granaglie e derivati ;
e) il guadino deve avere il diametro
o il lato non superiore ad 80 cm;
Sul fiume
Decisi
di effettuare un’uscita sul Po di Gnocca indirizzando
la scelta della zona su cui pescare in correlazione
a quanto spiegato in precedenza , per avere conferma,
ancora una volta, dell’esattezza di tali affermazioni,
naturalmente originate da esperienze personali.
Con Michele, un bravo carpista, navigato conoscitore
di quelle zone optammo per un tratto rettilineo di fiume
il cui l’alveo degradava verso il centro in maniera
uniforme e presentava un fondale abbastanza consistente
con alcune lingue sabbiose , una condizione di fondale
adatta ad un preciso periodo di condizione dell’acqua.
La pasturazione ( puntualmente eseguita da Michele)
a base di sfarinati, mais e boilies durò 5 giorni,
periodo sufficiente per rendere produttiva una zona,
che , nell’esempio di quella prescelta non aveva
mai visto la presenza di carpisti. La consistente quantità
di mais venne accompagnata da circa 20 kg di palline
distribuite nei vari giorni avendo cura di gettarle
in acqua sempre nello stesso orario ed a una distanza
da riva in cui la profondità era circa 2,8 metri.
Il libretto delle maree ci affermava che durante tutta
la giornata avremmo avuto un andamento ottimale di variazione
di marea con correnti ben tollerabili, mentre, dall’inizio
nottata alla mattina successiva la situazione sarebbe
peggiorata in modo significativo. Giunti sul posto,
notammo con felicità che il pesce si presentava
in modo vivace, movimentando la superficie dell’acqua
con numerosi salti , proprio nella linea della corrente
preventivamente pasturata.
Scaricammo in acqua circa 15 kg di mais , 5 kg di pastura
pressata in grosse palle e 5 kg di pellets al mais operazione
eseguita con accuratezza aiutandoci con l’uso
di un gommone. Lanciammo poi un paio di kg di palline,
scegliemmo per la pescata delle commerciali di due diversi
tipi, Rosehip e Trigga diametri 20-24 mm che funzionarono
ambedue in modo soddisfacente, ad ogni lancio collegavamo
al terminale uno stringer con diverse boilies. Le carpe
apprezzarono quasi subito il nostro lavoro, e come premio
ci assicurammo numerose catture, ben distribuite durante
tutto il periodo in cui la situazione dell’acqua
volgeva chiaramente a nostro favore ; infatti, la sequenza
delle maree era regolarmente determinata senza raggiungere
mai il picco massimo. Nel giro di una decina di ore
ben 18 splendide carpe regine, con pesi tra gli otto
e oltre i dieci kg, avevano gia posato per le nostre
consuete foto facendosi immortalare con consumata esperienza.
Il punto più alto nel periodo di flusso si concretizzò
verso le 22,30 evidenziando un livello superiore a quello
atteso , tant’è che soli pochi cm separavano
l’acqua del fiume dalle nostre tende.Il vigoroso
aumento era infatti stato amplificato da un vento tesissimo
che ci tenne in ansia per diverse ore sicché
Antonio , fratello di Michele oltre che a rifocillarci
con delle saporite pizze ,venne ad assicurarsi che qualche
cosa non avesse preso le vie... aeree.
Sapevamo però, che i veri problemi sarebbero
iniziati nel momento in cui il corso del fiume avrebbe
invertito la propria marcia per dirigersi con prepotenza
verso il mare, proponendo un’escursione di marea
che avrebbe toccato la punta massima nel suo genere.
Ben presto le lenze , che pure portavano circa 250 grammi
di piombatura, furono trascinate a non più di
un metro da riva, in un fondale bassissimo e su di loro
si attaccarono alghe ed altri piccoli detriti formando
dei compatti e fastidiosi grumi. Tutto questo rendeva
difficile il recupero dei nostri terminali , e una volta
effettuato ci obbligava a ripulire il tutto prima di
rilanciare onde evitare spiacevoli conseguenze.
Inutile dire che non vedemmo più una partenza
, a conferma che il tratto di fiume in cui eravamo doveva
essere affrontato unicamente nei modi e nei termini
che conoscevamo perfettamente e che, puntualmente, avevamo
adottato nel primo periodo di pesca, ottenendo risultati
significativi. Per rivedere i pesci avremmo dovuto attendere
il ritorno del fiume , il momento in cui avesse riacquistato
la condizione a noi favorevole , ma altri impegni già
ci aspettavano e rimandammo ad altri momenti i nostri
incontri con le regine del Po di Gnocca.
Agostino Zurma
Tratto da Pescare Carpfishing Editoriale
OLIMPIA n.ro 47
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